31/08/19

Ricordi

Ricordi di te, di noi, di ciò che non sarà più.

Ricordi dei tuoi orecchini a ciliegia e delle tue coroncine di fiori.

Ricordi dell’odore di sigaretta alla guida del treno e di birra aperta.

Ricordi di nascondigli nostri, c’eravamo solo io e te.

Ricordi di quando ancora eri qui, con me.

Sono sei anni che finisce l’estate e io non riesco a dirti addio.

Addio amore mio, ma preferisco arrivederci.

Cielo

Tu sei tutto il mio cielo.

Cielo piangente, cielo dolorante

colorami la vita di sole.

Le stagioni ti mutano, ma sempre mio resti.

Le nuvole son passeggere, e così il sole.

Piangi cielo mio, piangi, ma sempre mio resti.

Vita

L’ignoranza della mia fulgida notte sprona sfarzi sentimentali e catastrofi si susseguono nei cieli quando senti il mio nome. Calici di sangue perpetuano a scorrere senza alcuna volontà divina. Sei tu che fai stragi. Ma a cosa servo io se nessuno desidera vivere? Se nessuno mi ha in cuore per vivere? Pallida è la notte quando il sangue si disperde e gelida è la mia salita. È questo ciò che desideravo? Perdere coscienza della mia volontà e sognare un mondo trascendente? Ma non succederà questo. Non ancora per lo meno. La gente affatica il proprio occhio a vedere il mio pianto innocente, troppo dolore servito agli umili. E se di umile esiste ancora essere umano allora io sarò l’ultima a morire. Ma derubami il cuore e scrivi una poesia col mio sangue. Che l’inchiostro risulti inutile a narrare una tale catastrofe. Che il mio sangue sia adeguato a narrare tale sgomento. E se una cosa ancora riesce a tenermi in vita è l’amore di un uomo che troppo ho tormentato e che senza di esso sarei volata oltre le nuvole. Pugnalami l’ala mia dolce ragione di vita, impediscimi il volo. Troppo caro mi è il respiro finché il tuo cuore batte.

Ricordo 2

Lo chiamavamo Erba Verde, non perché quello fosse il suo vero nome, ma per il semplice fatto che rinominavamo tutto a nostro piacimento, quasi a crearci un mondo nostro. Era un un bosco lontano chilometri dalla città, isolato da ogni tristezza urbana dove la gente si andava a svagare. Il nostro però non era svago, ma un vero e proprio rifugio. Non appena ritornava il sole primaverile e i fiori si sgranchivano, noi ci sentivamo quasi richiamati da quel posto, che ci attendeva impaziente tutto l’anno; e allora salivamo in macchina e partivamo.

Sette cassette sparpagliate sui sedili posteriori, tre sulle mie cosce bianche e una che ascoltiamo, o meglio, che facciamo ascoltare ai passanti. Il chiosco del quartiere ha appena aperto, accostiamo. Esco dalla macchina e coi pochi spiccioli che ho in tasca compro una bottiglia della mia amata Fanta. Al ritorno inconsapevolmente la agito e questa mi diventa uno spumante, i sedili tutti bagnati. Fa niente oggi c’è un sole cocente. La mattinata prosegue in autostrada coi finestrini abbassati e le canzoni urlate a squarciagola, ma ecco che le buche iniziano ad aumentare, ogni rumore cala e restiamo sempre più soli.

Siamo arrivati. Parcheggiamo sotto l’ombra di una quercia, a circa un chilometro dalla sponda del fiume. Scarichiamo le nostre cianfrusaglie e montiamo ciò che bisogna montare. Hey attento con quel libro, è il secondo che mi perdi! Ma tu stai già preparando la griglia. Il fumo non mi piace, decido di andare a cercare dei fiori per farmi una coroncina. Se c’è una cosa che mi hai insegnato è quella di sentirmi una principessa. L’anno precedente per il mio saggio di danza mi fu assegnato il ruolo di una farfalla; avevo un costume molto elegante con una coroncina a dir poco invidiabile. Successe però che durante una prova, mentre giocavo con le altre bambine, la coroncina si spezzò in due. L’insegnante per umiliarmi davanti a tutti disse che al saggio sarei dovuta venire con una corona da Erba Verde. Lei lo intendeva come un insulto, in quanto troppo campagnola e poco preziosa, ma tu mi facesti capire quale fosse la vera bellezza. Alla fine mia zia mi comprò un’altra tiara ancor più bella, ma non era quella che desideravo. Un anno è passato, e non c’è altro che desideri di più. Trovo un rametto malleabile a sufficienza per la mia composizione, strappo delle foglie da un ulivo. Pochi metri più avanti intravedo delle margherite, più avanti ancora delle rose, il cuore mi batte forte. Inizio ad incastrare i vari steli, ed ecco la mia corona. La più bella che una principessa possa avere. Alice ritorna però dalle meraviglie alla macchina seguendo l’odore del fumo e mostra fiera la propria creazione. Tu mi scattasti una foto, dicevi che il verde dei miei occhi risplendeva tra tutti quei fiori, io arrossì.

Mangiamo in riva al fiume per goderci il panorama mentre tu mi racconti la seconda guerra mondiale, io non capisco perché ci debba essere tanto male. Silenzio. Mi addormento sotto l’ombra di quella quercia grande, e sogno l’immensità. Esseri giganti che portano sulle spalle nani impotenti mentre camminano sull’acqua verso il sole. Ma quanto posso essere scema, sempre a sognare mondi inesistente, sempre a catapultarmi in dimensioni surreali. Che poi in quale mondo i piccoli governano le grandi menti? Sciocchezze!

Con due funi fai penzolare una ruota dalla quercia; io mi dondolo tanto da volare. Oh che orizzonti raggiunsi!

Se ancor fossi qui, con me, ti mostrerei il mio volto appassito e i miei occhi sfioriti in questa primavera spoglia dei tuoi germogli. Ti mostrerei quanto i miei capelli desiderano consumarsi tra le tue mani e il mio viso sprofondare nella tua pelle. Se ancor fossi qui ti chiederei di costruirmi nuovamente quell’altalena e farmi raggiungere i cieli più lontani, ma ahimè, desideravi volare più di me.

Quanto dolore nel ricordare giorni lieti come quello, ma devo liberarmi dal tuo possesso. Scioglimi Signore dalle tue catene celestiali, le nuvole ancora non mi appartengono.

Vola in pace mia rondine.

08/02/2019

Sono venuta a visitarti. Era estate, agosto se ricordi.
Ti ho trovato appoggiato su quella lapide. Mi ignoravi, mentre il tuo sguardo seguiva delle rondini gareggiare tra le croci. La tua postura era strana, ma solita, tanto che già ti rivedevo esposto alla finestra della cucina intento a divorare il fumo.
Ho tentato di parlarti, ti rivolgevo parole dolenti, parole appassite. Ma tu miravi altrove. Cercavi la salvezza, quella che io tentavo di darti. Ahi, se solo avessi resistito…
Ti ho forse deluso? Ti ho forse abbandonato? Oh amore mio, parlami.
Ed ecco che ti volti. Occhi gelidi e piangenti mi attraversano il cuore e me lo strangolano. Si, sento il tuo dolore.
Ma non dici nulla.
Il tuo sguardo presente, ma il tuo corpo assente perché è già volato via.
E così prendevo il tuo posto, mi appoggiavo su quella lapide e aspettavo. Aspettavo la mia salvezza.
Sono venuta a visitarti, ma non me ne sono mai andata. Perché sono ancora qui, ad aspettarti.

10/08/2018

E mi piace guardarti mentre dormi, forse perché ti sento più vicino.
Quelle grandi stelle nascoste da folte ciglia sprofondano in un interminabile flusso di pensieri e io, io mi faccio guidare.
Immobile mi prendi per mano, mi trascini nell’oblio della vita e io te lo lascio fare.
Per questo potrei anche odiarti. Odiare forse l’arroganza nulla che metti nell’aprirmi il cuore? Ma tu sei una angelo, e la tua angelica visione della vita rende tutto perfetto.
Perfetta una vita sciagurata, ma perfetta perché ci sei tu.
Le tue labbra sussurrano incoscienti parole, io le ammiro sforzarsi con indecifrabili sillabe e in tutto questo percepisco ogni tremito carnale che ci avvicina sempre più.
Ed è proprio adesso che siamo più vicini di sempre, poiché, se pur lontani, i nostri cuori si toccano, e si baciano, e fanno l’amore, anche solo per poco, anche solo per un’istante.
Non ne avrò mai abbastanza di te, nè dei tuoi docili respiri, della tua pelle rabbrividita e dell’amore che tu sei.

Carmen 7

Amor crudele chiede pietà

Affinchè i peccati diventino baci

Affinchè io possa darti infiniti baci

Affinchè torni amore.

 

Mille parole chiedono perdono

Affinchè possano salvarci

Affinchè possano raggiungerti

Affinchè possano baciarti le mille parole.

 

Io chiedo te

Affinchè tu ritorni

Affinchè io possa averti

Affinchè noi possiamo amarci.

 

Scrivo a te, ritorna.

09/08/2018

Una goccia

Una goccia scivola sulla pelle. Segue il corpo e, se pur appesa, fugge via.

Ecco cosa vedono i miei occhi, e intanto dei brividi percorrono la mia schiena. E’ tutto buio, sono sola con me stessa. Ho perso tutto, me per prima, eppure io penso alla goccia.

Per quanto possa sembrar ridicolo, il pensiero che questa stia transigendo un viaggio terminale mi inquieta e per un certo verso, incute malinconia.

La verità è che si tratta di una perenne transizione, un inevitabile declino verso la fine. Allora anche noi siamo costantemente di passaggio? Penso tutti ormai abbiano inteso che la morte è inevitabile, come l’amore e la paura, eppure perchè vivere se pur consapevoli di dover morire? Perchè incominciare un qualcosa se pur consapevoli che finirà? Serve una motivazione, e pure abbastanza valida. Perchè vogliamo o non, ci rivediamo in quella goccia, la quale nemmeno riesce ad iniziare come si deve il proprio viaggio che già giunge a termine… Ma perchè iniziarlo? Perchè voler soffrire?

Sono sempre stata particolarmente brava a domandare ma mai a rispondere, ad osservare e mai ad agire. Cionnonostante mentre cerco delle risposte, mentre cerco un miglioramento, quella goccia è già fuggita via…

06/08/18

Ricordo 1

Avevo sette anni e tanta felicità.

Ricordo che mi incamminavo con mia cugina Elena tra le colline, mio nonno era scomparso. In realtà è possibile che fossimo noi le ”scomparse”, in quanto il nonno era lì per lavorare e noi delle semplici bambine curiose.

Passavamo così le nostre sere di fine estate, mio nonno tra le viti, si avvicinava la vendemmia, e noi a rincorrerci nell’arido grano al tramonto di un sole di agosto. Eppure quella sera fu diverso, quella sera il cielo arrossì e così noi.

Non dimenticherò mai il viso di Elena in lacrime e io che non avevo più la voce per quanto avessi gridato. Mio nonno era veramente scomparso e, come se non bastasse,  avevamo intravisto una vipera che si avvicinava alle viti. Terrorizzate decidemmo di prendere il sentiero più sicuro per raggiungere i cavalli, forse mio nonno era lì che ci aspettava. Se pur in preda al panico, quello si trasformò in uno dei momenti più belli della mia vita. Il sentiero si faceva strada tra dieci colline, vestite di campi di un grano fin troppo baciato dal sole ed un leggero vento spostava i capelli di Elena. Cara la mia Elena che non abbandona mai il mio cuore. Tu soprattutto rendesti unico quel momento; la tua infinita tristezza risplendeva alla luce di quel sole rubro e i tuoi occhi tacevano. Ma tu eri eterna, in un momento eterno, e tutto morì lì.

23/05/18

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